Epilogo “La melodia delle piccole cose” e Auguri

Odio i numeri (e questa non è una novità), ma Dicembre è un po’ come luglio, invece di essere gasati perché le ferie sono alle porte e finalmente possiamo trascorrere qualche giorno tranquillo in famiglia, ecco che lo spettro di Nostradamus inizia a bussare alla finestra e fa ciao-ciao con la manina con lo stesso ghigno del Grinch.

Quindi NON starò a tirare le fila della mia annata dicendovi che ho concluso tre romanzi, ne ho pubblicati due e adesso sono arenata alla metà di un altro.
NON lo farò!
Ops, l’ho fatto.
Maledetti numeri.
Sono peggio dell’erba cattiva.
Le parole sono molto più terapeutiche e le mando dove voglio, i numeri sono rigidi e permalosi, accidenti a loro!

Dal momento che ho tirato i bilanci, posso dirvi che questo 2018 mi ha regalato tante emozioni, sia a livello professionale che personale, perché sappiate che questi due canali vanno paralleli nella vita di un’autrice.
È un mestiere fatto di emozioni e quelle si ripercuotono per forza in ogni virgola trasferita su carta.

Ma andiamo per gradi:

L’inizio dell’anno è stato caratterizzato da Miss Oro Nero, il secondo capitolo autoconclusivo della Sinners Series che ha fatto sospirare, sorridere e commuovere.

Due personaggi belli tosti caratterizzano questo romanzo.

Due personaggi che ho messo alla prova più di una volta e ho sofferto con loro ogni lacrima, ogni stilla di terrore, ogni palpito d’amore (sentite che poeta inside!).

Grazie, Kathleen, perché con te ho capito che il coraggio di una donna può superare qualsiasi pregiudizio.

Grazie, William, perché tu, invece, mi hai insegnato che c’è sempre la possibilità di riscattarsi.

 

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Lo stop delle pubblicazioni è stato forzato da vincoli contrattuali, MA anche se non pubblico, non significa che non lavori per voi.
Alacremente e in silenzio.
Divertendomi.
Quindi, in tutta la primavera/estate ho lavorato sui tre capitoli delle belle peccatrici newyorkesi: Luise, Grace e Cassandra.

Miss Pride arriverà nella primavera 2019 nelle vostre case e sarà in self-publishing, quindi vi basterà un click.
Un piccolo riassunto emozionale?
Luise è immersa nella mia meravigliosa Toscana e grazie a lei ho ricordato i momenti magici delle tradizioni della mia terra che è la cornice di un amore potente, di quelli che non si dimentica. Un amore che è sopravvissuto nonostante sia Luise che Leone abbiano provato in ogni modo a ucciderlo.
Luise e Leone rappresentano il PER SEMPRE.
Sudato, agognato, odiato, ma in qualche modo indispensabile.

Grace è la principessa della comitiva e sarà affiancata da Philip. Mi hanno strappato moltissime risate, perché Grace è una frana nei rapporti sentimentali e Philip è… Philip: un surfista scapestrato (ma meno di quanto sembri) che farà di tutto per abbattere il muro di formalità (chiamiamolo così!), organizzazione e Galateo dietro cui lei si è barricata.
Sullo sfondo di una magica Bali (uno dei miei viaggi più belli), Grace avrà a che fare con scimmie ladre, sesso tantrico e molte, moltissime lacune emotive che non può più fingere di non avere.

Infine c’è Cassandra.
Cassandra e Arthur mi hanno DEVASTATA. In stampatello-grassetto, sì.
In questa storia viviseziono una piaga di cui si parla pochissimo, vista la gravità del fenomeno: il NARCISISMO PATOLOGICO.
Gli uomini e le donne affetti da questo disturbo non stanno a rimirarsi allo specchio, compiono vera e propria violenza e stavolta l’ho trattata in maniera così diretta da essere costretta a fare ricerche sul tema nella medesima maniera.
Sono stata male, malissimo.
Ho pensato a mia figlia e anche a mio figlio (capirete…), perché il male si annida in luoghi impensabili e raggiunge persone che mai ti aspetteresti.
Ho visto fotografie e letto testimonianze che davvero mi chiedo come si possa ancora dire “roba da romanzi”. Magari la realtà fosse solo un insieme scempiaggini perpetrate tra le pagine fittizie elaborate da menti fantasiose.
La realtà è infinitamente più terrificante.
Quindi posso dirvi che in assoluto, a oggi, Cassandra è il personaggio a cui sono più affezionata e Arthur… Arthur è un uomo che tutte dovremmo avere al nostro fianco.
Sarà una lettura tosta, vi avverto.

In autunno ho iniziato a scrivere un nuovo progetto che mi sta dando del filo da torcere, perché i personaggi sono belli sfaccettati, hanno professioni che in genere spaccano in due l’opinione pubblica e la carne al fuoco da sviscerare è più che sostanziosa.
Molti fatti, molte tematiche.
Mi piace.

Solo che l’ho abbandonato sul più bello perché è venuta a mancare la stellina pelosa di casa e ci dobbiamo tutti un po’ riprendere.

Ma non scordiamoci Settembre, quando una mattina mi sveglio e trovo il preorder de
La Melodia delle piccole cose.

Vi ho già parlato di questo romanzo nel precedente articolo, esponendovi tutte le paure in merito: non è mai semplice uscire dalla propria comfort zone.

Paure che avete spazzato via senza colpo ferire, peraltro.

Moonie e Justice hanno delle recensioni bellissime, che arrivano dritte dritte al mio povero corazon.

GRAZIE.

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Per ringraziarvi di tutto quello che fate, ma soprattutto SIETE per me… (già, perché la rete si disintegra di fronte al vostro affetto e apprezzamento continuo, rendendoli tangibili), vi lascio l’epilogo del “La melodia delle piccole cose”.
È stato tagliato in fase di pubblicazione definitiva e parte di esso riadattato per l’ultimo capitolo, ma rimane una delle mie chicche preferite.

Tanti cari auguri a tutti e ricordate di sorridere mentre tenete stretto chi amate e se non potete stringerlo, sorridete lo stesso, siamo bellissime quando lo facciamo.
EPILOGO

 

Moonie

Vita.
Amore, piacere, gioia
Preoccupatevi di gustare
fredda o calda che sia.
farà schifo
La vostra vendetta

«Io non capisco perché non possiamo più parlare di nomi» protesta Regina mentre chiude la zip del mio abito da sera.
Guardo Justice, appoggiato allo stipite della porta, le caviglie incrociate. Le lunghe gambe già fasciate nei pantaloni dello smoking. Il ritornello della nostra canzone tatuato sul petto nudo.
«Questa cosa che solo i genitori hanno voce in capitolo sulla scelta, mi sembra ingiusta e pretenziosa» insiste la mia stronzctotum.
Sospiro e sorrido all’amore della mia vita che viene verso di me e mi accarezza le labbra con le sue. «Sei bellissima.»
«Questo non cambia il fatto che siate due stronzi.»
Il divertimento danza nei nostri occhi.
«E le rovini il trucco. Vai nella zona cromosoma Y.»
«Ti amo, ma non posso sostenere un’altra volta questa conversazione» dice lui, sempre con le labbra sulle mie.
«Non è uno scambio equo di oneri e onori all’interno del matrimonio» gli rinfaccio.
«Oneri e onori» mi scimmiotta Regina. «Volevate chiamarla Gea!»
«È un nome bellissimo, la dea primordiale, la potenza divina in assoluto» le rammento.
«Mmm» mugugna lei battendo un piede, stizzita. «È un nome bellissimo, ma non per la mia figliastra. Uscirà dalla tua vagina e la adorerò anche se vi odierà per tutta la vita.»
Justice ride e rotea gli occhi. «A dopo, amore.»
«Sei scatologica a livelli patologici e ossessivi, Regina.»
«Se è qualcosa che ha a che fare con le scatole regalo o con i pacchi in generale, sappi che potrei eccitarmi.»
La risata di Justice aumenta mentre esce dalla sfarzosa camera del Beverly Hills Dorcester.
«Florence» sussurro, portandomi le mani sul pancione. «La chiameremo Florence.» Lo ripeto perché adoro l’insieme dolce ed elegante delle lettere che lo compongono.
«Non è male» sospira Regina dopo un bel po’. Mentre mi acconcia i capelli rosa acceso.
«È senza ammoniaca e non mi dispiace» convengo dopo un attento studio.
«Sembri l’edizione limitata della Barbie che hanno fatto in tuo onore.»
Rido e Regina mi blocca la visuale. Torno seria, curiosa di sapere il motivo per cui mi guardi con quell’intensità. «Sei felice, tesoro?»
Annuisco e questi dannati ormoni potrebbero mandare all’aria tutto il lavoro fatto sul mio viso. Sono già abbastanza tesa per stasera: ci sarà la cerimonia dei Grammy, mi hanno chiesto di cantare, sarà la prima volta con Justice al mio fianco e sicuramente ci saranno anche il mio ex e la Wethers.
«Diciamo che sto digerendo tutto quello che mi aspetta stasera» dico e non devo aggiungere molto, Regina sa come girano i miei ingranaggi emotivi.
«Ti ricordi come ci guardavano le persone quando eravamo su quel palco traballante sulla Strip?» Mi raddrizza un orecchino. «Ci guardavano perché la natura umana è curiosa di guardare quello che non capisce, quello che trascende la logica basica.» Centra il diamante al centro del décolleté. «Quindi si imbambolano di fronte a un incidente tragico, a un viso deturpato, a un personaggio famoso.»
«Sto per piangere, quindi non arrabbiarti se poi devi ricominciare dall’inizio.»
«Ah, ok.» Si stringe nelle spalle. «Allora mi fermo qui.»
«No, dannazione, ora prosegui!»
Pianta gli occhi lucidi nei miei. «Ho sempre paura di non ringraziarti abbastanza. Non sono brava con le parole come te, ma io non sarei qui adesso se non ci fossi stata tu nella mia vita, se…» Una lacrima le scende lungo la guancia. «Quel giorno sei stata l’unica ad avvicinarmi invece di stare a fissarmi e basta. E io non credo di averti mai detto che quel giorno mi hai salvato la vita e ne hai fatto un romanzo meraviglioso e…»
«Oh, finiscila» dico con le lacrime a percorrermi le guance, il ricordo che vaga su un ragazzino allampanato pestato a sangue dal magnaccia della madre.
«…Sono la persona più felice del mondo perchè finalmente tu vivi l’amore da favola che meriti» mi ignora. «E se tutti guardano è perché sei sempre stata unica, Moonie.»
Si abbassa quel tanto che basta per stringermi in un abbraccio goffo.
«Sono agitata come la prima volta» le confesso.
«Andrete alla grande.» Sbuffa e mi indica il ventre. «Di certo c’è voluto più di una volta a trasformarti la pancia in un cocomero, altrimenti sei davvero sfigata perchè ti sei persa tutto il divertimento!» Si inginocchia e mette mani e bocca sul tessuto prezioso. «La zia ti farà storpiare tutte le parole impossibili che la mamma ti insegnerà nella sua lingua strana e scrivere ti voglio bene, papà con un bel chiodo direttamente sul suo pianoforte preferito.»
E devo correre in bagno perché la vescica è già allo stremo per l’incedere della gravidanza, anche senza rischiare di farmela sotto dal ridere.

«Amore mio, capisco che sia tu quella che porta la pagnotta a casa» scherza Justice. «Ma le mani, mi servono al di là del pianoforte.»
Sobbalzo come se mi avesse risvegliato da un incubo. Abbasso lo sguardo sulla mia mano che stringe la sua in una morsa.
«Scusa» mormoro mortificata allentando la presa.
«Ti rammento che dovrei essere io quello nervoso. Dio mio, il ruolo del principe consorte fa schifo! Mi sto sentendo un escort» insiste con tono melodrammatico e offeso che non gli appartiene per niente.
Mi sforzo di non ridere. «Finiscila» dico a denti stretti, mostrando un sorriso di circostanza alla telecamera che inquadra il mio viso sul maxischermo.
«Sono in mondovisione di nuovo, per colpa tua.»
«Justice…» Fingo di ascoltare un mio collega, peraltro bravissimo che canta una canzone in tributo a Michael Jackson.
«Ti prego, liberiamo quel gallo che gli starnazza in gola e che gli fa credere di avere il vibrato sensuale.»
Mi guardo intorno per capire se qualcuno possa aver sentito mio marito, ma sembrano tutti presi dalla performance in corso.
Il problema è che questi eventi lo innervosiscono e sa che domani sarà spalmato su ogni prima pagina digitale e cartacea di gossip. Il patologo che è in lui va fuori di testa, quindi si sfoga con un sarcasmo verso il prossimo che non gli sarebbe familiare, ma gli è utile.
Sbuffa.
Osservo il suo profilo. Ti amo tatuato accanto alla chiave di violino, perché è l’inizio di ogni melodia che si rispetti – disse-. I capelli raccolti in una coda stretta, ma domati solo con un filo di gel.
Sotto la giacca dello smoking ha una tshirt con il ritratto di Beethoven in abito da gala. «Almeno lui è elegante» mi ha strizzato l’occhio quando sono scoppiata a ridere.
Lo vedo come lo guardano le donne. E non le biasimo anche se vorrei cavare le orbite a tutte. Mi trova a osservarlo e la perenne ruga di concentrazione si allenta in mezzo alle sopracciglia quando mi guarda dritta negli occhi. La bocca passa da essere una linea risoluta a un sorriso dolce appena accarezza la mia figura e mi ripete che sono bellissima.
Mi rilasso all’istante.
Gli applausi ci svegliano dalla nostra piccola bolla, il presentatore avanza in mezzo al palco congedando il cantante.
«Adesso, signori, è il momento di chiamare la donna dei record…» Torno a stritolare la mano di Justice, che stavolta incassa sfiorandomi la tempia con un bacio. «Siamo abituati a vederla su questo palco più e più volte, adesso ci canterà un canzone e poi scopriremo quanti grammofoni si porterà a casa quest’anno. Ha ben sette nomination…» Josh Morris, noto showman, mi cerca nel pubblico approfittando dell’esultanza per fare una pausa a effetto. «Parlo di Moonlight, signori. E chi altri?»
Inspiro profondamente l’istante prima che luci e telecamere si piantino su di me.
«Fatemi piangere, ragazze» mormora Justice sulle mie labbra, accarezzando il pancione.
«Se…» esito.
«Verrò.» Conclude per me: saldo, certo. Immobile.
Annuisco con un timido sorriso. Mi alzo dalla poltroncina e cammino verso il palco percorrendo la moquette rossa. L’impalpabile chiffon bianco lambisce la mia pelle fino al pavimento.
Il mio sguardo incrocia quello di Max. Il mio ex mi guarda con un’espressione di pietra, esattamente come Pamela Wethers, al suo fianco.
Due persone che mi hanno ferito e offeso in modi molto diversi. Mi hanno modificata nel profondo. Il primo tramite subdole angherie mentali. La seconda alterando la mia voce.
Forse è stato il mio inconscio a farmi avere quel tracollo vocale.
Forse dovevo vivere nel mutismo per completare il mio upload.
In un certo senso devo ringraziarli, perché è stata la debolezza a farmi sfoggiare una cicatrice che parla di una battaglia che credevo di aver perso, ma in realtà ho vinto.
Perché a volte quando si perde, si vince. Solo che serve tempo per capirlo.
Quando sorrido loro, la maschera di impenetrabile sufficienza, si incrina. «Grazie» mimo e le loro bocche si spalancano come a dire: «Ce lo sta dicendo sul serio?»
Faccio un bel respiro e guardo avanti.
Josh mi viene incontro e mi porge la mano per aiutarmi negli ultimi gradini. Il sorriso incastonato nel volto perfetto da divo hollywoodiano non vacilla neppure un istante.
«Prima che tu ci canti il brano che hai scelto come tuo tributo personale alla musica, vorrei che ci raccontassi la storia del singolo con cui ti sei guadagnata tutte queste nomination, so che è molto importante per te.»
«Giochi scorretto, Josh.» Ridacchio puntandogli un dito contro.
«Tutti i grandi lo fanno» recita e la risata si propaga nella sala.
«Ok, ma se inizio a piangere, sono gli ormoni» civetto.
«Dai, Moonie!» grida qualcuno.
«Mio marito ha un dono magico, anche se non vuole che lo dica.» E lo sguardo pesante e caldo dell’uomo che amo è su di me. Lo sento, nonostante le luci mi accechino. «Stavo passando un periodo difficile a causa dell’operazione, stavo vivendo un blocco artistico forzato e non avete idea di cosa e quanto sia la voce finché puoi parlare…» Faccio un respiro per riprendere il controllo delle emozioni. Il silenzio è tombale. «Anche se stavo recuperando bene, mi mancava lo slancio, la motivazione, la determinazione. Justice lo capì e dopo azioni e fatti che non sto a raccontarvi perché altrimenti mi tolgo uno di questi tacchi e lo centro in piena fronte…» Applausi e risa e fischi di incoraggiamento. «Mi spedì il pentagramma abbozzato di “Le piccole cose” e il resto lo sappiamo.»
«Wow, vedo occhi a cuore in platea» scherza Josh con lo sguardo azzurro che buca lo schermo. «Ma adesso, Moonlight in Let It Be
Ancora incoraggiamento. Mi volto e il sipario è aperto su un’orchestra al cui centro troneggia un pianoforte che raggiungo con ginocchia malferme.
Le mani mi tremano mentre indosso gli auricolari.
Faccio un profondo respiro, muovo le dita sulla tastiera per il riff e sbaglio completamente l’intonazione d’attacco.
L’orchestra mi segue lo stesso, ma io alzo una mano e li guardo da sopra la spalla. Gli occhi sono tremendamente pieni di lacrime. «Ragazzi, sono in un momento bellissimo e pesante della mia vita» dico nel microfono raddrizzando la schiena, il pancione in evidenza sullo sgabello. «Scusate, anche voi, gli ormoni e questa canzone sono un connubio che mi mette alla prova» ripeto rivolta verso il pubblico.
L’applauso si trasforma in ovazione quando l’occhio di bue smette di accecarmi perché coperto dalla figura di Justice che avanza verso di me con un sorriso lento e rassicurante.
Chiude il coperchio del pianoforte e gli prendo la mano che mi porge.
Josh riappare. «Wow, signori e signori. Wow» ripete galvanizzato. «Sappiate che dietro le quinte stanno andando tutti fuori di testa per questo fuori programma.»
Justice mi prende sotto le ascelle e mi fa sedere sul piano. Le dita mi sfiorano le guance. «Io suono, tu canti. Non è maschilismo. Non è che non lo sai fare… è che adesso va così, tesoro.» Solo che il mio microfono è acceso e la platea esplode in un’acclamazione assordante. La smorfia di Justice è impagabile. Mi mordo le labbra. per non ridere.
«Potete fingere di non aver sentito?» domanda lui, ma il frastuono aumenta. Mi sfiora le labbra con un bacio e arriva nell’anima con uno sguardo che racconta tutta la stima e la fiducia reciproca che proviamo l’un l’altra. Si volta verso l’orchestra, inchinandosi leggermente in segno di rispetto. Sorrido di fronte allo sbigottimento degli elementi.
Si siede al pianoforte con gli occhi nei miei e anche se abbiamo provato insieme solo una volta e perché ho voluto che lui mi ascoltasse… so che sarà perfetto.
Mi indica il microfono con il mento. «Let it be. Lascia che sia, amore.» Posso sentirlo solo io.
«Improvvisi, Moonie?» domanda Josh.
«Tutti grandi lo fanno, no?» Lo imito guadagnando ancora fischi e applausi.
Justice mi dà l’attacco e il palazzetto che ospita questa edizione dei Grammy Awards piomba nel silenzio.
Io inspiro, chiudo gli occhi  e… «Quando cerco me stesso in periodi difficili, Madre Maria viene da me dicendo parole di saggezza: lascia che sia…»
E lascio che parli il ricordo delle mie notti più cupe.
Accetto tutto quello che mi è stato dato, perché anche se il prezzo è stato alto, tutto mi ha portato a essere quello che sono adesso.
Adesso che canto in mondovisione con un velo di trucco, senza autotuning a modulare la forza della mia voce.
La mia voce che durante la sua assenza ha rafforzato le mie paure e le mie debolezze solo per raggiungere la consapevolezza che posso continuare a nutrire la mia arte di sentimenti positivi.
«C’è ancora una luce che risplende su di me. Splenderà fino a domani. Lascia che sia…»
Mi porto la mano libera dal microfono sulla pancia, apro gli occhi e Justice mi sta guardando rapito. Toglie le mani dalla tastiera e fa il gesto di chiusura all’orchestra per farmi concludere a cappella.
Lascio che il nostro amore si esprima in tutta la sua potenza con il mio nuovo belting.
Perché ci sono amori che non possono finire.
Sono quegli amori in cui si dà e si prende.
Quello che tu mi dai lo racchiudo nel mio cuore.
Quello che io ti dono, è tuo per sempre.
Gli amori in cui fiducia, lealtà e coraggio illuminano la via.
Sono questi gli amori veri e indissolubili, fatti di storie apparentemente impossibili, ma che, una volta intrecciati, non si lasceranno mai.
E non ci sono statuette da vincere, perché ogni giorno è una vittoria.

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